Ho la mano per le lunghe cotture, non perchè mi piacciano di più, ma solo perchè è così, è un mio piccolo talento. Questo sugo è nato seguendo le vie della gola. Il vino rosso che preferisco è il sangiovese, possibilmente in purezza, possibilmente cresciuto con l’aria del mare. Amo i suoi profumi di animale e la sua selvaggia ruvidezza. Un giorno, contemplando una mezza bottiglia avanzata da una cena, di quelle che in genere non si usano per cucinare, mi son detta che invece me la sarei mangiata. Avevo giusto delle ossa di collo di maiale in freezer (sempre meglio conservarle) e ho improvvisato.

Come al solito non sono in grado di darvi delle dosi. Ho fatto il normale battutino di sedano, carota (pochissima) e cipolla e l’ho fatto soffriggere in poco olio e acqua. Ho aggiunto il pomodoro passato e quasi un uguale volume di vino. Sì, così tanto. Poi una foglia d’alloro sminuzzata, uno spicchio d’aglio, pepe nero in grani, qualche chiodo di garofano, un pezzetto di stecca di cannella. Coperchio e fuoco basso per buone tre ore, fino a quando la carne non si è staccata dall’osso. Nel frattempo, se sarà stato necessario, avrò aggiunto dell’acqua. Ho tirato fuori le ossa e ho staccato per bene tutta la carne, disfacendola e poi rimettendola in pentola. Ho salato aggiungendo dell’acqua e ho fatto andare ancora per una ventina di minuti. Infine ho tolto il grasso affiorato. Le fettuccine sono state una roba libidinosissima. Per raggiungere le vette della soddisfazione palatale bisogna che: a) il vino sia buono, in equilibrio tra tannini e legno, e con un’acidità smussata; b) che l’osso con la carne sia di maiale, e di collo, in modo che ceda la gelatina delle vertebre (si può fare anche con le spuntature, ma non viene altrettanto bene).
La pasta della foto sono gli “occhi di lupo” della Garofalo, il formato corto che preferisco al momento. Si tratta di grossi tubetti lisci dal diametro di 1 cm e lunghi 2 cm, consistenti quanto i paccheri. Se non abbiamo la pasta all’uovo, questo sugo vuole solo formati tosti.



