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a tavola con il crimine

1 novembre 2007

– Cosa facevi prima di lavorare con Ilario? – domandò la prima volta.
– Spacciavo ecstasy nelle discoteche, – risposi sincero.
Scosse la testa. – Pivello, – commentò senza cattiveria. – Pochi soldi e sicurezza assoluta di finire in galera.
E iniziò a spiegarmi le infinite possibilità di arricchirsi che offriva il sistema alimentare moderno.
– Il cibo industrializzato punta sostituire gli alimenti freschi, ricchi di sostanze nutrienti vitali come vitamine, minerali e acidi grassi, con grandi quantità di grassi idrogenati, zuccheri e sali. E sai perchè?
Scossi la testa. Mi fissò per essere certo di avere tutta la mia attenzione, poi continuò: – Per guadagnare montagne di quattrini. Lo sai quanto spendono ogni anno le grandi industrie in additivi chimici per cambiare colore, consistenza, sapore e durata ai loro prodotti?
Scossi la testa.
– Oltre venti miliardi di dollari. La qualità del cibo è generalmente scadente, altrimenti non si guadagna. Noi mettiamo in commercio il livello più basso della produzione, quello ritoccato…Mi segui?
Eccome se lo seguivo. La diffusione capillare dei punti vendita garantiva una massa infinita di clienti, il trucco era infilare nell’altrettanto massa infinita di prodotti quelli adulterati. La prima regola era di non esagerare mai con la sofisticazione per evitare che i consumatori crepassero dopo aver mangiato un bel piatto di spaghetti alle vongole. La lezione del vino al metanolo del marzo dell’86, diciannove morti e quindici persone condannate alla cecità, era stata fondamentale. La seconda era che il cibo sofisticato era dannoso solo se si consumava regolarmente, si trattava allora di distribuire il prodotto in piccole quantità mq nel maggior numero possibile di negozi e supermercati. La terza era sapere sempre come era stato adulterato, non ci si poteva fidare di nessuno in quel ramo. Qualche fesso  poteva rifilarti la partita che ti rovinava per sempre la piazza. (Massimo Carlotto, Mi fido di te, pp. 53-54)

E’ uno dei passaggi chiave del libro di Carlotto, ambientato nel mondo della sofisticazione alimentare. Leggetelo, è un noir piacevole con una decisa vena grottesca che  mette a fuoco le nuove frontiere della criminalità organizzata. Il contesto in cui si muove il protagonista  è assolutamente reale.

Se non avete idea di cosa si stia parlando, questo articolo vi illuminerà sul valore dell’adagio “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Vino, olio, pomodoro, pesce, pane, mozzarella. Nei territori della camorra fioriscono i caseifici fantasma e i forni clandestini. Il cibo sofisticato è un affare che garantisce ottimi guadagni a rischio praticamente zero, un rapporto costi/benefici superiore a quello di ogni altra attività illegale.

Due sono gli elementi che che stanno facendo lievitare il fatturato di questo settore delle attività criminali. L’estrema complessità produttiva del cibo industriale, in particolare le innumerevoli trasformazioni subite dall’alimento e una filiera straordinariamente lunga, da un lato; e la globalizzazione che fa viaggiare da un capo all’altro della terra materie prime e manufatti, dall’altro. Considerato che questi fattori si sovrappongono, non è difficile immaginare quali spazi di manovra si aprano per chi esercita la sofisticazione e la falsificazione alimentare.

E ancora, memento permanente che deve illuminare ogni nostra riflessione, non ci dobbiamo dimenticare che sulla Terra vivono sei miliardi di esseri umani che in un modo o nell’altro devono mangiare. Sei miliardi. Il cibo è un affare colossale.

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10 commenti leave one →
  1. 2 novembre 2007 4:06 pm

    E un filo cpt. obvious, ma ti quoto e ti linko con vigore

  2. 2 novembre 2007 4:55 pm

    d’accordo con te sul fatto che il cibo è un affare colossale, credo che anche il possedere terra atta alla coltivazione di cereali o altro sarà rilevante nell’ immediato futuro.
    ho già venduto diverse copie del libro qui in edicola ma lo riproporrò spinto da questo tuo post.

  3. 2 novembre 2007 5:36 pm

    @Priedavat
    Grazie. cpt sta per?

    @Vittorio
    Quello che devi promuovere veramente è La leggenda del buon cibo italiano, Luca Conti, Fazi. E’ una lettura dell’anno scorso ed è fondamentale, assolutamente, per sapere che cosa mangiamo e perchè lo mangiamo. Ho in programma di parlarne, ma l’argomento è molto impegantivo.

  4. 2 novembre 2007 5:55 pm

    Capitan.

    Capitan Obvious, hai presente?

  5. 2 novembre 2007 6:12 pm

    @Priedavat
    Adesso si. Ma non è un’icona familiare, il riferimento era -obvious – ignoto.

  6. 3 novembre 2007 9:18 am

    cara Mara ho in mano il numero 30 di Slowfood, appena arrivata a casa, ci sono due articoli: uno sul libro di Carlotto e Abate e l’altro sul libro scritto da Conti, con una interessante intervista all’autore, presto anch’io voglio affrontare l’argomaento sul blog.
    Nell’articolo si parla anche di forum sull’argomento sui siti http://www.massimocarlotto.it e http://www.frisko.it , dove arrivano le segnalazioni dei lettori.
    Se non riesci a procurarti la rivista, dimmelo che ti mando copia degli articoli.
    L’intervista a Conti è interessantissima, pubblicizzerò il libro qui da me, grazie per la segnalazione: il problema è molto serio.

  7. 3 novembre 2007 9:40 am

    Cara Mara,ho appena finito di leggere il libro di Carlotto/Abate e devo dire che è veramente una delle letture più interessanti fatte negli ultimi anni… Mi ero ripromessa di parlarne sul blog.. sei straordinariamente telepatica!
    L’argomento è (purtroppo) molto attuale e dopo la lettura mi sono ritrovata a pensare spesso e volentieri da dove arrivi la maggior parte del nostro cibo, soprattutto il pollame!
    Vittorio ha una bella selezione da lui in edicola,un uomo ed un amico molto in gamba con testi “avanti”!
    bacioni buon sabato!

  8. 3 novembre 2007 4:06 pm

    @Vittorio
    Mio caro ti ringrazio, sarebbe carino se me li mandassi. Li puoi scannerizzare? Conti avrebbe anche un blog, solo che è abbandonato. Almeno lo era l’anno scorso, poi non l’ho più seguito.

    @Sandra
    Cara, bacioni anche a te e, data l’ora, buona domenica.

  9. 3 novembre 2007 5:12 pm

    E’ davvero il caso di dire che il nemico è nel piatto… ma al contrario di ciò che spesso si crede truffe alimentari ed adulterazioni non sono invenzioni dei nostri giorni. Anche i consumatori di un passato lontano si sono spesso trovati ad avere a che fare con la preoccupazione di trovare sulle proprie tavole cibo di cattiva qualità!
    Nei prossimi giorni credo di postare qualcosa a riguardo!

  10. 4 novembre 2007 1:46 pm

    @Orizzonti
    Aspettiamo con ansia.

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